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Singapore PsyTrance Scene

June 30, 2010

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The Trance scene in Singapore was born in 2006, when the Om Project crew started organizing small gigs at Baba Black Sheep in the nice and colorful neighborhood of Little India. The scene soon moved to Home Club in Boat Quay, where you can dance to the underground psy tunes selected by Om Project and friends once a month. Home Club changes look for the monthly occasion with Balinese backdrops, lycra decorations, styrophones and international decorators’ creations and a colorful and smiley crowd. The line-up is always different and over the years it has included resident djs as well as djs and producers representing Asia and the rest of the world. Artists from Japan, Thailand, Malaysia, Taiwan, Indonesia and other Asian countries have played at Om Project parties, but also a wide range of international psytrance music artists from the five continents. The atmosphere is incredibly cozy and welcoming. Home Club is a nice location with a big outdoor area and the Singaporean Trance family open its arms to guests, Trance lovers, artists and visitors and gives a new light to a city’s ordinary clubbing scene. Most support comes from local people, who increasingly attend Om Project parties at Home Club. This greatly differs from other Asian countries, where mainly tourists and foreigners are the ones promoting and organizing Trance parties. The scene is still small and familiar, but it has grown over the years and it keeps attracting people who are interested in experiencing a different atmosphere when clubbing in Singapore. The new crowd shows that more and more people listen to and love dancing Trance music in this city, a meeting place and crossroads of cultures in Asia. In fact, Singaporeans love Trance!

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The expansion of the Trance scene in Singapore has pushed the Om Project crew to explore more genres within psytrance music and at the monthly meeting at Home Club you can now expect to fill your ears with and move your body to dark as well as underground full-on tracks. Furthermore, Om Project has recently launched the Om Project in Progress Sunday sunset parties in collaboration with Going Om, the best Chill Out café in Singapore, located in the tiny streets of the Arab district. From 6pm till late, the Om Project crew meets in Haji Lane to play and listen to progressive music in the street. The aim is to bring Trance to the streets, to get out of indoor parties and to share some time together before the beginning of the busy Singaporean week. It is also a way to go towards people and not to wait for them to come to clubs. In fact, these are free events open to anyone and happening on a random basis on Sundays.

Beside being an important platform for young local music producers and artists, Om Project is also collaborating with foreign artists and labels on many levels. The Om Project djs have been traveling and playing at festival and parties around the world since the very beginning. They share a special connection with Malaysian Epic Tribe and Trance crews in Thailand and Japan and they have recently established a strong relationship with the Indonesian scene in Gili Air.

In fact, in November 2010 the Gado-Gado compilation will be released in collaboration with the psytrance music label Purple Hexagon. An amazing compilation featuring international artists in a magic mix that the name “Gado-Gado” perfectly illustrates. (a typical Indonesian/Malay dish with many colorful different vegetables spiced up by a peanut chilli sauce).

Although it is true that authorities are strict in Singapore, especially in regards to clubs opening hours, substances consumption and the possibility to throw outdoor parties, the young, dynamic and vibrant Om Project crew is doing a great job by demonstrating that it is possible to combine good music and good vibes in respect of every culture and system.

Therefore, if you are traveling around Asia and you stop by in Singapore to have a visa done or for a short visit, try to go when a Om Project party is on. Singapore has much to offer, firstly and mostly the love and enthusiasm for life of its people, features too often hurriedly overshadowed by the impressive innovative aspect and apparent coldness of this great city. You will discover the Trance local side of this amazing island in South-East Asia and, most importantly, you will find a new family!

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Useful websites:

*Om Project

* Purple Hexagon Records

*Going OM

* Home Club

Resident djs and artists:

* NStomp (Purple Hexagon Rec, Om Project.SG)
* Modicum (Purple Hexagon Rec, Om Project.SG)
* KeyMasta (Om Project. SG)
* Psy-Yang (Om Project.SG)
* PsychoNerd (Om Project.SG)
* Barratt (BrainBusters, Om Project.SG)

Giungla tropicale e di cemento

May 10, 2010

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Da dove cominciare?
Un viaggio via terra e via fiume riassunto in un weekend nella giungla
per scappare dal cemento tropicale.

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Spesso per scrollarsi di dosso la polvere della città, per dare pace alle orecchie e staccarsi dalle dipendenze quotidiane basta prendere un treno. Se poi il treno ti porta in mezzo alla giungla tropicale più verde, attraversa villaggi dall’aria famigliare dove si parla una lingua dolce al’orecchio e non più 100% incomprensibile, ancora meglio.
Bastava prendere un treno. Da sola. Azz. A volte me ne dimentico.
Per staccarsi e capire la geografia, le vicinanze e i tempi. Staccarsi da una perenne indecisione.
Il verde più verde, il cullare del treno, starei sul treno tre giorni e forse non ci sarebbe neanche bisogno di arrivare a destinazione. Un mega loop sulle rotaie attraverso la giungla. Poi ci si distrae, si alzano gli occhi e non si sa più dove si è. Questo vale per ogni viaggio in treno. Treni, treni, treni.
Dio bò che invenzione.
Il salto è drastico, considerando la vicinanza. Singapore e la Malesia. Due mondi opposti? Derivati, collegati, correlati.

Tre giorni a sentire la giungla da sotto a sopra, da dentro e da fuori. Dall’alto e dal basso. All’alba e al tramonto. Da ferma, a
piedi, in barca e in treno.
Poche ferite alla fine: una storta alla caviglia e qualche attacco dalle zoccole di turno: zanzare e sanguisughe.
Le puttane. Ma vederle contrarsi al contatto col sale mi ha dato una soddisfazione enorme. (ghigno maligno) nonostante le cicatrici concentriche siano ancora lì.
Impossibile esprimere la violenza delle emozioni provocate dalla giungla.

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Tornando verso Jerantut via fiume ci sono stati dei momenti in cui ho dovuto mordermi le labbra e chiudere la laringe per non scoppiare a piangere dall’emozione.
Non ho però potuto evitare che alcune lacrime silenziose colassero da dietro gli occhiali da sole.
Inseguirsi di farfalle, bufali d’acqua con il naso a pelo dell’acqua, il verde incredibile dopo la pioggia, rampicanti e mangrovie, fiori e radici, nuvole e cielo e la barca che scorreva giù dal fiume. Groppo in gola dall’inizio alla fine.

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Mi sono ritrovata nel circuito dei giovani europei in viaggio per l’Asia per guesthouses e mi è venuto da sorridere a pensare che io ero in tour per il weekend, per me era una gita fuori porta lontano dalla city per qualche giorno. Questo mi ha reso stupidamente felice. Sentirmi una vacanziera della domenica e non una turista in visita un’unica volta nella vita. Questo mi ha dato stupidamente sollievo, come se potessi prendermela più rilassata. Se voglio, ci torno la settimana prossima, basta che prendo un treno…

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Poi, beh certo. L’ho sempre saputo. Ma a volte me lo devo ricordare a forza.
Sudore, sudare, sudore, sudata.
Radici che da sottoterra escono fuori. Radici che dalla terra salgono e si arrampicano sui tronchi.
Alberi secolari, ombre ambite, sprazzi di luce che filtrano nel sottobosco, i miei passi regolari sul terreno, il tuffarsi in acque
torbide e giocare con un gruppetto di ragazzini malay a ridere comunicando in bahasa. Il resto scorre.

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Sudo e il mio corpo si rigenera, si riprende, si distende.
Sudo, ma stavolta non si tratta di sudare freddo o di sudare per mancanza di alternative, di soluzioni.
È una sudata liberatoria, una sudata che dovevo fare da settimane nonostante fossero settimane che sudavo nell’incessante calore di Singapore.
Sudo e ritrovo una pace interna che ho costruito nel corso degli anni e che a volte sfugge.

Appena ripresa da questa valanga di emozioni, mi ritrovo di nuovo nel cullare del treno. Per scappare dal congelamento assicurato dello scompartimento mi metto a sedere gambe a penzoloni tra un vagone e l’altro, porta aperta e di nuovo la giungla si spalanca davanti ai miei occhi, questa volta l’aria calda che mi colpisce in faccia è più forte e quasi fresca, il naso pizzica per l’umidità del mattino ma viene subito spazzata via dalla velocità del treno. E boom, altro ceffone di emozioni.

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Poi.
Poche ore dopo il treno entra in stazione e si è fra i grattacieli; in un attimo si è a “casa”, in due secondi si sta mangiando un roti
prata, bevendo una Tiger e godendo il pomeriggio di Little India in canotta. Fantastico.
Se non che nell’euforia del ritorno, si decide anche di comprare il giornale e di goderselo con un bel té allo zenzero ghiacciato.
e si capiti sull’ultima controversia nel paese. e il té ci vada di traverso.

un ragazzino appena maggiorenne condannato a morte per traffico di droga. da mesi organizzazioni internazionali e attivisti cercano di fargli concedere la grazia, appelli al primo ministro etc. ma la risposta del governo, dal tono estremamente rammaricato, è che punire i pesci piccoli e colpevoli di aver fatto i corrieri in cambio di soldi serve come esempio per distogliere le organizzazioni criminali dal servirsi di disperati per i loro loschi traffici. giovanissimi, ragazze madri o tossicodipendenti per pochi soldi rischiano la vita facendo i corrieri. così si è deciso di non concedere la grazia al ventenne in questione e di condannarlo all’impiccagione perché il crimine organizzato non sfrutti i deboli e non rovini altre vite.
non fa una piega.
menomale che una sudata me la sono già fatta.
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Fellini! A Complete Retrospective

April 30, 2010

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Singapore è stata colpita da un’ondata di italianità che va oltre le cene di rappresentanza e il tricolore esposto ad ogni angolo. Singapore, città-stato asiatica a due passi dall’Equatore conosciuta per il suo enorme porto commerciale, per i prezzi bassi della tecnologia e per le aziende di software e prodotti informatici, accoglie fino al 9 maggio l’intera opera di Federico Fellini. E lo fa in grande stile, ospitando l’iniziativa in uno dei suoi edifici più storici e prestigiosi: il Museo Nazionale. Immacolate colonne e cupole bianche, alternate a strutture architettoniche estremamente moderne diventano la dimora felliniana per una ventina di giorni.
“Non c’era idea migliore per celebrare il 90esimo anniversario della nascita di Federico Fellini a Singapore” sostiene Ostelio Remi, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. “Non come al solito si fa, ovvero proiettando i 4\5 film più famosi ed importanti, ma un’intera retrospettiva. Non so quanti altri Istituti Italiani di Cultura nel mondo o istituzioni abbiano proiettato 34 film di Fellini all’interno della stessa iniziativa, ma so per certo che è la prima volta che viene presentata l’intera opera di Federico Fellini in Asia.”

Devo ammettere di aver pensato che la proiezione di ben trentaquattro film firmati Fellini potesse rivelarsi una mossa un po’ azzardata dal punto di vista del riscontro con il pubblico. Poi, mi è venuto il dubbio che che l’opera di Fellini potesse risultare un po’ “datata” e culturalmente troppo lontana per essere apprezzata dai giovani spettatori locali e internazionali. Allo stesso modo, non mi sembrava che fosse una proposta particolarmente innovativa rispetto alla promozione della cultura italiana all’estero.
A festival iniziato, i miei velati dubbi si sono dissolti uno dopo l’altro. L’iniziativa si è sì insinuata a Singapore sotto le spoglie di un tributo a un grande maestro del cinema italiano di un periodo storico particolare, ma sta trasmettendo valori universali e scatenando emozioni forti che solo un certo tipo di cinema e di persone possono dare. Sale piene, richieste di biglietti extra, un nutrito pubblico di giovani e persone che provano a stare in piedi durante le proiezioni nonostante le rigide misure di sicurezza dimostrano che Singapore, in apparenza così fredda e standardizzata, nutre in realtà un grande amore per il cinema di ogni tipo, dai film più commerciali a quelli meno facili. Singapore ama le multisale ma apprezza anche le proiezioni al Museo Nazionale; la retrospettiva organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura svela che non sono necessari occhiali 3D e promozioni sui pop-corn per attirare folle di giovani interessati, soprattutto se, oltre alla quantità dell’offerta, si è lavorato molto sulla qualità dell’evento.

La serata di inaugurazione ha contribuito notevolmente al dissolversi dei miei dubbi. Anzi, uscendo dalla sala mi sono chiesta se ne avevo mai avuti.
Mi sono presentata alla proiezione de “La Dolce Vita”, il film scelto per l’inaugurazione della retrospettiva, con l’arroganza dell’autoctona, la sfrontatezza tipica dei “giovani” e l’atteggiamento spavaldo di qualcuno che il cinema di Fellini lo conosce, di chi ha già visto il film e lo rivede volentieri. Sono sprofondata nelle poltrone rosse del Museo Nazionale e sono scivolata ne “La Dolce Vita” con la presunzione tipica della gioventù che nulla ha da imparare dalla gioventù di una volta, pensando di rimanere una mezz’oretta e di aspettare la fine del film nel caffé del museo. E invece mi sono sciolta, mi ha colpito dritta e di traverso.
Certo, la partecipazione di Pupi Avati alla proiezione ha dato spesse pennellate di colore all’evento e ha contribuito a sciogliere i primi nodi. Avati è uscito dal ruolo standard di rappresentante della fondazione Fellini e ha espresso sé stesso, lasciandosi andare a racconti animati, arricchiti da gestualità ed interpretazioni che hanno lasciato la platea italiana fiera e divertita e il pubblico singaporiano piacevolmente stuzzicato, gli occhi pieni di lacrime dalle risate. Un po’ padre un po’ maestro, pungente ma affettuoso, ha coinvolto rappresentanti istituzionali e studenti, riuscendo a trasmettere una passione che, come dice lui, solo sposandosi col talento riesce a realizzarsi. E ha dato il là alla retrospettiva. E io, spente le luci e partiti i titoli di testo sottotitolati in inglese, sono inaspettatamente, gradualmente affondata in un film già visto, sempre più emotivamente coinvolta. Così pieno, così universale e così… italiano, anche. Mi sono trovata a ridere e a piangere, mi sono ritrovata incollata alla poltrona a sudare nonostante la sala ghiacciata, a seguire le vicissitudini di Marcello e Paparazzo, sono crollata sulle mie stesse convinzioni e spavalderia, travolta da concetti universali e sempreverdi. Ho dovuto quindi smentire i timori che i film di Fellini non rappresentino più dei sentimenti universali e in cui ci si identifica. Forse è stato così in qualche periodo della storia o per qualcuno, forse è vero per alcuni suoi film, ma la forza dei sentimenti è talmente violenta che guardare “La Dolce Vita” non è stata un’allegra passeggiata nella mondanità romana degli anni ‘50, quanto uno sprofondare in pensieri personali e oltremodo attuali.
La mia reazione non può certo essere generalizzata, ma sicuramente mi ha fatto riassaporare la forza trainante del cinema, troppo spesso appiattito e patinato, così che andare in una sala scura e abbandonarsi sulle poltrone con qualcosa di sgranocchiare è diventato un passatempo senza conseguenze particolari sul nostro stato d’animo e sul nostro ruolo del mondo. Quest’impressione personale è stata anche confermata dall’entusiasmo del pubblico locale rispetto alla retrospettiva. In sala, mentre io inaspettatamente sprofondata nei miei pensieri e ricordi mi lasciavo andare a pianti e risa, mi sono resa conto che le risate e i pianti del mio vicino singaporiano erano più forti e più sentiti, il suo trasporto ancora più evidente. Certo, le differenze culturali si misurano anche nel diverso senso dell’umorismo, infatti le nostre risate e i nostri pianti non erano affatto coordinati, ma resta il fatto che entrambi siamo rimasti colpiti, entrambi emozionati dalla proiezione.
Ho nuovamente avuto la dimostrazione che il cinema, con il suo sguardo trascendente ogni cultura, riesce a superare lenti o obiettivi e fissa dritto negli occhi entrando dentro, sconvolgendo pensieri e ricordi, aspettative e convinzioni. Nonostante gli anni, la forza dell’opera di Fellini rimane e, accompagnata da altre “passeggiate tra le pagine del cinema italiano”, permette di trasmettere il nostro retaggio culturale anche a Singapore, importante crocevia in Asia.
“Il cinema è uno dei modi più efficaci per trasmettere i valori e i sentimenti di una società: è l’arte più diretta per capire, per conoscere gli altri popoli e le altre culture.” continua il Prof. Remi; “La proiezione di grandi classici svela un’umanità in cui è possibile identificarsi indipendentemente dalla cultura di origine e ci si trova, senza aspettarselo, tutti coinvolti e più vicini.
Il cinema ha ancora il potere di scavare, di tirare fuori e di avvicinare epoche, popoli e luoghi tanto diversi; come su un’altalena, in questi giorni Singapore dondola tra il mondo onirico di Fellini, la cultura italiana e la realtà locale; è spinta avanti e indietro tra Rimini e l’Asia, si emoziona nel ripercorrere vicissitudini di personaggi lontani per epoca e cultura. Dagli anni ’50 al XXI secolo; da Rimini, passando per Roma per arrivare a Singapore e poi a Seoul (la prossima tappa della retrospettiva), Fellini sta colpendo gli spettatori e li schiaffeggia di emozioni, invogliandoli a proseguire il viaggio nel cinema italiano più contemporaneo che li aspetta prossimamente nelle sale cinematografiche di ques’incredibile isola-stato dove, solo quest’anno, i film italiani sono presenti in ben 5 iniziative, tra cui il Festival del Cinema Europeo, il Next Reel International Film Festival in collaborazione con la Tisch School Asia, il Festival del Cinema Italiano dal 3 al 10 giugno e quello di cortometraggi a settembre.

Pubblicato su Acting Out di Maggio 2010

PANEM ET CIRCENSES? YOU WISH!

March 30, 2010

At first sight, Italy is a country in complete decadence. It is succumbing to a general moaning and to a fight to grab the leftovers. In this fight, the rich do as they please and they become richer and the dying middle-class struggles over the crumbs, fooled by some fake ethics that is only enforced when the ordinary ones are concerned.
Nothing new actually.

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At first sight, the results of the latest regional elections give a gloomy picture of the country’s situation. Six of the most important and powerful regions handed over to the Prime Minister’s coalition, with an alarming upsurge of xenophobic federalist party the Northern League. Another important winner has been abstensionism, that has reached one of the highest rates in Italian history.

After years of watching the rich and the scoundrels doing what they want of this country, one may think the people would react and they did, but not in the way one would think. People are starting to go the hard way. As they can.
In Piedmont, people deceived by former left wing regional government preferred to give the victory to the Northern League, instead of being forced to vote “the lesser evil”. In Rome’s region, scandals over the right-wing coalition’s list did not prevent them to win over the liberal proposal of the left, whose candidate, Emma Bonino, is a former European MP with a history in the promotion of women’s rights.

The results of Italy’s latest regional elections show an increasing wave of dissent, shown in different ways.

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In the aftermath of regional elections, the country known all over the world for its great food and landscape and its impressive political scandals split between those who were too disgusted to vote and those who chose the ones who have understood lower class’ fear of foreign invasion and need for security and who promote state racism.

In short, here is a personal analysis of last week Northern League’s landslide victory and great abstensionism at the regional elections.

However, this time civil society, intellectuals and scientists have been making hear their voice. Unhappy of politicians and the media’s representation of reality, journalists, comedians and movie makers have once again spoken up. Unfortunately, it is not only a matter of “mediatic unhappiness”, it is actual censorship. Phone tapping revealed the Prime Minister’s direct involvement in the Rai television board’s decision to stop all programs on political debate during the regional election campaign, mainly because one of these programs, namely “Annozero” had planned to focus the debate on the Prime Minister’s latest avoided legal trouble, namely the trial concerning corruption charges against lawyer David Mills. In response to this, some journalists organised a special programme, “Rai per una notte”, to be broadcast by web television. The event was a success -it is claimed it has been the greatest mediatic event in Italian history- and featured some of the most controversial and acclaimed Italian journalists, cartoonists, actors and celebrities (Santoro, Travaglio, Vauro, Luttazzi, Crozza, Benigni, just to mention a few.) Although in Italian, you can view it here.

Another great example of Italians’ desperate reaction to the country’s mediatic situation is the tv serial “Boris“, broadcast by Cielo/Sky/Fox. It is the story of the making of a tv drama in Italian tv studios based in Rome. All the stereotypes linked to Italian present working environment, world of the showbusiness and political and cultural dynamics are greatly represented. In fact, in the last episode of the second season (boris is currently into its third season), when making the hard decision of choosing the culprit and having to give an answer to the question “who is the killer?”, the production company’s choice falls on the judge, a category collocated in the Italians’ mind as the most vicious and wicked one. This is the result of the Prime Minister’s 20 year old propaganda that has depicted the judiciary as the largest conspiracy group of all times preventing the brave to rule as they please because of useless red tape.

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I want to believe that the great abstensionism and support for the Northern League at the latest regional elections are signs of a fed up people and not of a careless or racist one. Some decided to support those who seem closer to the people, those who have replaced trade unionist and Communist activists in factories and disadvantaged neighbourhoods. The same who reject multiculturalism and represent a separatist and xenophobic political group.
Some others decided not to vote at all, most of whom probably used to cast their vote for left-wing parties. But there has been too great disappointment even on that side. A clear example is Piedmont, where, if the anti-high speed train activists had voted for the former left-wing governess Bresso, she would have won. This militant group has been compared to Asterix and his village, because of the way they keep struggling to defend their valley from being further destroyed by public works. Most of them did not vote, or supported a newly formed political party promoted by Beppe Grillo, one of Italy’s most controversial comedian. This caused the victory of the Northern League even in this usually leftist region.
Those who did not vote or supported Beppe Grillo’s independent party preferred to give power to the far right than to force themselves to vote for a left-wing coalition they do not recognize. And now they also have to put up with the consequences. Less funds for education, healthcare, social integration programs…you can lead your own life and struggle but, being a human living in a given society, one is still linked to these vital aspects of society..Of course, newly elected Piedmont governor Roberto Cota has already started to take steps in order to limit the freedom and to protect the ethics of his electorate, such as not endorsing (i.e. not financially supporting) country-wide famous gay pride demonstration and limiting the diffusion of Ru486 abortive pill in local hospitals.

The state of decay of a country is very much related to people’s trust in institutions and to its cultural vitality.
It is true, Italy is today a decadent country but, even in the gloomy results of the latest elections and in the appalling national economic situation (let alone corruption, fraud, violence…) I can feel a slight reaction. Something is moving. I don’t know in which direction, but at least Italians are making a choice. And civil society is still alive.
So, although everyday Italians have to face the most absurd official statements that keep them away from reality, (Let’s not forget that, among many many other unbelievable actions, the Prime Minister had the guts to publicly say during the electoral campaign that his government will defeat cancer within the next three years…while funds for research keep being reduced…) people are realizing something must change.
For the worse. In order to get better. Hopefully.
Touch the bottom and come up. Though I wonder: what if this situation is bottomless?

Il Biorock Project ovvero L’ancora di salvezza del mito tropicale

January 21, 2010

L’idea di usare l’elettricità per rigenerare la vita sott’acqua ha un che di visionario e apocalittico allo stesso tempo, tanto da poter sembrare un’astrazione degna di Jules Verne. Tuttavia, questo è esattamente il concetto alla base del Biorock Project, un metodo per nulla fantascientifico. Le elucubrazioni e gli esperimenti degli scienziati marini Wolf Hilzberg e Tom Goreau non hanno forse portato alla creazione di una nuova Atlantis, ma, tramite l’applicazione dell’elettrodeposizione, hanno prodotto un’invenzione che permette la tutela e il ripopolamento degli ambienti marini.

Il Biorock Project, progetto ormai consolidato e replicato in più di quindici paesi, prevede l’installazione di strutture alimentate ad energia elettrica a largo di atolli tropicali. La corrente trasmessa a basso voltaggio sui tubi della struttura accellera il processo di accrescimento minerale degli organismi marini: concretamente, pezzi di corallo applicati alla struttura elettrificata si rigenerano rapidamente così da prevenire il decadimento della barriera.

L’ Indonesia, l’arcipelago più vasto del mondo, è conosciuta per l’incredibile biodiversità della sua flora e fauna marina, ma è anche tristemente famosa per avere un reef danneggiato gravemente dalla dinamite e da altri metodi di pesca devastanti. L’applicazione del Biorock Project in vari atolli del paese sta permettendo di salvaguardare e ricostituire il suo incredibile patrimonio marino. Giusto per chiarire, il corallo ha un’importanza vitale nella vita subacquea e la sua conservazione non è solo una questione di estetica legata al voler mantenere la bellezza mozzafiato di ambienti sottomarini in cui nuotano pesci multicolori e tartarughe giganti. Oltre a prevenire l’erosione delle coste, la barriera ospita infatti più della metà della fauna marina, innumerevoli specie la usano come nido ed è anche una grande scuola di apprendimento per studiosi e appassionati. Tutto quello che c’è sulla barriera corallina e sulle spiagge svolge un ruolo fondamentale per l’ecosistema. Le conchiglie vuote servono ai paguri per la crescita e i coralli morti servono a formare le spiagge. Anche un atto apparentemente innocente come raccogliere pezzi di corallo o conchiglie sulla spiaggia contribuisce a deteriorare l’ambiente.

Una delle zone in Indonesia in cui è stata applicata la metodologia innovativa Biorock è alle isole Gili, a nord ovest di Lombok. L’installazione di più di 30 strutture ne fanno il secondo sito di rigenerazione di corallo più grande in Indonesia dopo Pemuteram a Bali. L’ente dietro l’iniziativa è il Gili Eco Trust, un’associazione ambientale attiva dal 2002 per la protezione delle tre isole che, oltre ad essere coinvolta in una serie di attività di sensibilizzazione ambientale, si occupa in modo specifico della protezione del corallo attraverso varie iniziative. La consapevolezza dello stato di decadimento della barriera dovuto ad attività umane ha portato l’associazione, in collaborazione con i centri di immersione, ad istituire degli incentivi finanziari per persuadere i pescatori locali ad usare metodi meno invasivi e a pescare in zone specifiche, in modo da limitare l’impatto umano sugli ambienti e le specie marine. Con l’avvento del Biorock Project, è ora in atto un vero e proprio programma di ripristino della barriera corallina, arricchito dall’organizzazione regolare di workshop internazionali in cui i partecipanti imparano ad installare le strutture e ricevono il certificato PADI di specialisti Biorock. Si imparano tutte le fasi dell’installazione: lo studio sul luogo in cui collocare la struttura e sulla forma necessaria al sito specifico in funzione del fondale e delle onde, come connettere i vari cavi per far passare la corrente, attaccare il corallo e mantenere la struttura. I workshop sono aperti a scienziati e appassionati di tutto il mondo e vedono la partecipazione attiva degli studenti indonesiani e dei professori dell’Università di Mataram, Lombok, i quali acquisiscono le competenze per garantire la sostenibilità del progetto.

Delphine, responsabile del Gili EcoTrust a Gili Trawangan, si dichiara entusiasta dalla metodologia Biorock, che sembra essere LA soluzione a anni e anni di distruzione indiscriminata di uno dei patrimoni più delicati del pianeta. “E’ una tecnologia dal potenziale enorme; non vedo l’ora che il prototipo che funziona senza cavi elettrici sia disponibile. Sarebbe perfetto per posti come il Parco Nazionale di Komodo, una zona protetta dove non c’è corrente elettrica e dove la barriera corallina è gravemente danneggiata.”

Conseguenze di comportamenti umani, dinamiche economiche e catastrofi ambientali hanno distrutto interi ecosistemi e oggi la realtà non rispecchia assolutamente quello che l’immaginario collettivo associa all’idea di atolli tropicali. Le strutture elettrificate Biorock danno l’opportunità di riparare quello che abbiamo danneggiato con le nostre mani, cosa che non è sempre possibile. Aiutando la barriera corallina a riprendersi e a ricostituirsi, sono una sorta di bastone di sostegno grazie ai quali i paesaggi tropicali potranno sopravvivere e non diventeranno un mito ritrovabile solo nei dipinti di artisti visionari o nelle descrizioni di scrittori di altri tempi. Anche se saranno sempre barriere con le stampelle.

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Delphine Robbe -Environmental Motivation

January 16, 2010

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Behind every successful project there is a successful manager and a successful team, but when community work is involved, then the networking and personal commitment of the project’s beneficiaries are the only keys to success.

Delphine Robbe is the driving force behind the Gili EcoTrust, a not-for-profit organization actively involved in the protection of the environment on the Gili islands in West Nusa Tenggara.

After extensive travels around the world, French national Robbe moved to Gili Trawangan six years ago to attend a dive master and instructor course.

Her passion for the environment and her encounter with Anna Walker, one of the founders of the Gili EcoTrust, pushed her to stay and dedicate her time to actively protecting the environment around the Gili islands.

A convinced activist, people who know her say “she always does what she says she would”, and her motivation is evident.

Robbe learnt Indonesian because she could not stand not being able to talk directly to the local
people, and she personally posted up informative material about the protection of the reef around the Gilis.

In 2005, she launched the Biorock project in Gili Trawangan, together with Foued Kadachi and Laurent Lavoye.

She is enthusiast about it, because in only four years the project has helped restore XX kilometers
of reef. And there is room for improvement.

“This innovative methodology has a great potential,” Robbe says.

“I’m looking forward to the latest prototype with a current turbine. This model doesn’t need power to work, so it doesn’t need cables.

“We’ve already been contacted by the Komodo National Park, where there’s no electricity and there’s a great need to restore the reef.”

Robbe is the only full-time worker at the Gili EcoTrust, which makes her the manager and the person responsible for the EcoTrust’s activities.

In fact, her role goes beyond leadership, as she is a real hands-on manager. Her deep involvement in the protection of the environment leaves no room for compromise or hesitation.

She strongly believes awareness and knowledge are aspects needed by a community according to its specific context, in which local people and tourists live side by side.

“Awareness is the first step toward participation, and it’s the only way we may hope to get results,”
she says.

Robbe believes lack of knowledge is the first barrier to a healthy living environment.

This is why her job focuses greatly on raising awareness.

“I’ve been to every business and almost every private house on the island to tell people to use the garbage dump and not to burn garbage in their garden, because it’s very unhealthy and may lead to lung disease and skin problems, especially in children,” she says.

Besides going door to door to teach people and businesses basic knowledge about the environment, she has also started working with the local Islamic school, where she gives ecology classes to children aged 10 to 13.

This is completely new in the local school curricula, and only since she learned to give classes in
Indonesian has it been possible to convey some environmental information to the young, wild crowd curious to learn but very difficult to control.

“I always try to do different things with the children, to motivate them and involve them in some extracurricular activities such as the Clean-up Day,” Robbe says.

“This is to teach them that ecology classes need to be put into practice in daily life. These children are the future of these islands.”

The Clean-up Day is a regular event held in Gili Trawangan every first Friday of the month, with the next one was held on Jan. 8, when local residents and tourists get together to clean up the island.

Involving the community in which the project is implemented is fundamental — people have to feel the project is being carried out for them and also that it will not work without them.

Awareness brings empowerment and results in replication and sustainability.

“Without the support of local residents, nothing would be possible,” Robbe says.

“Pak Acok Bassok, the owner of the Sama-Sama [restaurant] is one of them. He initiated many clean-up days and takes care of the land, pushed me to go to the school and do the ecology class. He’s the one who never gives up!”

However, her work has not always met with approval. For instance, the building of the Biorock structures was at first opposed.

“Some people thought we were transplanting the coral by breaking of pieces of it and then attaching it to the structures,” Robbe explains.

“So we did a video to show them we were collecting coral that was not attached to anything and that without our help would die.”

As the Gili EcoTrust expands its programs, Robbe’s job is also gradually including a growing variety
of tasks.

Local residents and tourists alike volunteer their help, but she remains the engine running the place — planning environmental awareness campaigns, organizing meetings with local authorities, checking on the vetiver growing and on the progress of the erosion-resistance scheme.

Another important aspect of her work is the establishment of a network with other environmental organizations such as Eco Bali and companies in Lombok that may be interested in collaborating in the collection of rubbish to recycle.

She also ensures the Biorock structures are regularly maintained, and is keeping up with the construction of the new garbage dump.

During the Biorock workshop in 2008, Robbe was the one waking people up every morning, saying “they are here to save the environment, not on holiday”.

She is currently preparing the next Biorock workshop, which will run from Nov. 15 to 21, and organizing a team of volunteers and local people to ensure the workshop’s success.

“At first I didn’t want to do it again because it was so much work,” she says.

“A lot of sponsors, a lot of participants and a lot of stress. But it’s such a rewarding experience and we all learn so much…”

>Article published on The Jakarta Post-January 12, 2010

Bringing the reef back to life

January 14, 2010

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Imagine diving off one of the beautiful shores of the Gili islands in Lombok, West Nusa Tenggara, and finding yourself facing fishermen equipped with dynamite and destroying the coral reef.

It would be far from picture perfect, but this was the reality before the Gili EcoTrust, a not-for-profit environmental organization, was set up in the area in 2002 and signed an agreement with fishermen a few years later in collaboration with the local Natural Resources Conservation Center (BKSDA).

The fish bombing has now ended, thanks to the action of the local protection and conservation officials. But there is a need to continue supporting the action to ensure fishermen no longer return to their old practice and damage the reefs.

Following joint efforts by officials, the Gili EcoTrust and the local dive centers, fishermen from Muroamy on the Gili islands are only allowed to fish in two designated areas.

They also receive a monthly compensation that will be considerably reduced if they are caught out of the designated areas or fishing with invasive methods such as dynamite and cyanide. The compensation system is funded by a fee collected by dive centers and has proved to be very successful.

“It was hard to convince the fishermen, but now our islands are more beautiful and more and more tourists come to the Gilis. It has benefited us all,” says Hari, a resident of Gili Air.

Through the years, the Gili EcoTrust has expanded its activities that now include a range of actions focused on the protection of the environment in the islands as a whole.

The group has a lot of work left to raise awareness among local people and tourists to reduce their environmental impact on a delicate ecosystem that has already been irreparably damaged.

Information boards have been placed all around Gili Trawangan and Gili Air to provide basic tips about eco-friendly behavior for taking a shower or walking on the beach.

In Gili Trawangan, a Clean-up Day is held every first Friday of the month, and students from the tourism school and Islamic school are given ecology classes.

Group effort: Divers take part in Biorock workshop to restore the reefs off the Gili islands in Lombok, West Nusa Tenggara. Thanks to these Biorock structures, the reefs are now undergoing a rapid restoration process.

The Gili EcoTrust is actively involved in the implementation of the Biorock project in the Gilis. Thanks to these Biorock structures, the reefs off the Gili islands are now undergoing a rapid restoration process. The structures are electrified steel structures allow mineral accretion and therefore speed up the process of growth of the pieces of coral attached to them.

To date, 33 structures have been put place to restore the coral reef, making the Gili islands the second-largest Biorock site in Indonesia after Pemuteran in Bali.

The Gili EcoTrust also hosts regular international workshops on Biorock technology. Participants learn every step of the installation of Biorock reefs: how to survey suitable sites in terms of the seabed, currents and waves; how to connect the cables; how to attach the coral and ensure the maintenance of the structures.

The workshops, organized in close collaboration with Mataram University, address worldwide participants, with emphasis given to teachers and students’ participation to ensure the project’s sustainability.

The Gili islands are also the testing ground for erosion-resistant Biorock structures.

It is one of the few sites in the world where the experimental structures have been placed. There are currently three such sites around Gili Trawangan.

“It’s not very nice to look at, but it’s working,” says dive master Seb.

“You can see them at low tide, sticking out of the water. It looks like a bunch of steel, cement and building material. But in only 10 months, the beach is already back.”

Young spirit: Local students do their part during the Clean-Up Day.

It is part of a more comprehensive erosion-resistance scheme on the islands, where land erosion is a real problem as the beach is fast disappearing.

In Gili Air, there have been attempts to counter the erosion by placing rubble or growing mangroves on the shores. Another technique introduced by the Gili EcoTrust is the planting of vetiver grass.

“This is the best and most sustainable method to preserve our beaches,” says Gili EcoTrust manager Delphine Robbe.

She says hotels and businesses tend to place sandbags or to build seawalls, which actually do not slow down the waves but deflect them, thus taking more and more sand off the beach.

The roots of vetiver grass can reach as deep as 5 meters, so it holds the sand much more effectively and also provides a more natural look.

The organization is now working to create a network with other environmental organizations, industries and businesses, such as by establishing eco-guidelines for their properties and collecting an “Eco fee” from guests. Recycled bags are also being printed and distributed in order to phase out plastic bags.

In Gili Trawangan, garbage is collected and brought to the dump in the middle of the island. A new incinerator will be built and a path made of recycled material leading to the dump is under construction.

“Rubbish is a major problem on all three islands,” Hari says. “There’s an urgent need to tackle the issue seriously.”


Article published on The Jakarta Post -January 12, 2010-

Marco Calvani@Ubud Writers Festival

December 6, 2009

Più di 80 scrittori da più di 20 paesi, esponenti dei media dal Sud-est asiatico e dall’Australia e innumerevoli curiosi e interessati si sono incontrati a Ubud in occasione del sesto festival degli scrittori e dei lettori, tenutosi dal 7 all’11 ottobre 2009.

Il festival ha coinvolto tutta la cittadina di Ubud e sono stati organizzati eventi anche a Denpasar e Semyniak e la varietà del programma ha permesso di scegliere e spaziare in quanto a temi e stili espressivi. Autori di tutte le età e provenienza si sono confrontati sui temi più diversi. Dibattiti di attualità e di tematiche sociali si sono alternati o sovrapposti a scambi di opinioni su specifiche tecniche narrative o a semplici conversazioni divertenti su eventi che hanno suscitato la voglia o la necessità di scrivere, come un viaggio o una risata. Si sono svolti workshop di scrittura per adulti e per bambini e si sono tenute letture e rappresentazioni teatrali e presentazioni di libri in varie location sparse per Ubud. Ampio spazio è stato dedicato agli Educational Programs for Youth, per dare opportunità ai giovani scrittori indonesiani di conoscere le case editrici e viceversa e per promuovere la traduzione dei libri scritti in Bahasa Indonesia. Senza dimenticare le mostre fotografiche, le proiezioni di documentari e i numerosi “pasti letterari”, incontri in cui gli autori hanno incontrato i lettori attorno a una tavola imbandita. È stato persino organizzato una breve passeggiata, un “jalan-jalan” tra le risaie nei dintorni di Ubud in compagnia dello scrittore di viaggi Brian Thacker.

Il tema di quest’anno è stato “Suka-Duka”, un concetto proprio alla cultura balinese, in inglese tradotto come “Compassion and Solidarity”. Wole Soyinka, premio Nobel alla letteratura e partecipante al festival di Ubud di quest’anno, ha dato la sua interpretazione del concetto di “Suka-Duka”: “Compassione e solidarietà non significano pietà né filantropia. Non sono virtù appartenenti alle classi più abbienti, ma concetti egualitari, che coinvolgono tutti. Compassione e solidarietà sono la dimostrazione della nostra umanità, significano partecipare in quanto esseri umani, prendere posizione, andare verso l’altro in modo consapevole, senza abbandonare i valori etici in cui crediamo o negare le responsabilità proprie o altrui. È la capacità di trascendere il passato, evolvere e andare avanti senza però dimenticare. Si tratta di valori universali che vanno oltre la ricerca di giustizia, di perdono o di espiazione. ”
Lo scrittore spirituale Anand Krishna, in un articolo pubblicato sul Bali Times del 9-15 ottobre 2009, descrive l’idea di “Suka-Duka” alla balinese. “A Bali, esercitiamo “Suka-Duka”, tradotto di solito come “Solidarietà”. In realtà “Suka” significa “Felicità” e “Duka” “Afflizione”. Il concetto è quindi: solidarietà in momenti di felicità e in momenti di tristezza. La nostra interpretazione della solidarietà non è solo aiutare gli afflitti, ma anche condividere la felicità di chi sta bene. Non è facile condividere la felicità di chi sta bene, è molto più facile aiutare chi sta male. Quando aiutiamo gli afflitti, alimentiamo il nostro ego; ci troviamo in una situazione migliore: noi diamo, loro ricevono. Noi siamo quelli privilegiati, loro no. Quando si tratta di condividere la felicità di chi sta bene, il nostro ego si sgonfia e ci viene da chiedere: Come ha fatto ad ottenere tutto quello che ha? Diventiamo gelosi dei successi e della felicità altrui. Suka-Duka significa abbattere l’ego e distruggerlo. Nel concetto di Suka-Duka, io e te siamo una cosa sola. Io non posso aiutarti, posso solo aiutare me stesso. Io non posso servirti, posso solo servire me stesso. Se tu hai fame, anche una parte di me ha fame. Se ti dò da mangiare non ti faccio un favore, perché non sono mosso dalla pietà, ma da un bisogno personale di saziarmi. Allo stesso modo, quando sei felice, non posso che essere felice con te, sentire la tua felicità e la tua gioia. Quando la vita ti sorride, sorride anche a me.

INTERVISTA A MARCO CALVANI

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Unico italiano al festival è Marco Calvani, un giovane drammaturgo dal passato da attore, invitato sulla scia del successo della sua ultima opera teatrale “La Città Sotto” (in inglese tradotto come “The City Beneath”). Rappresentata per la prima volta a New York nel febbraio di quest’anno, “La Città Sotto” si ispira alle violenze nelle banlieues francesi e al fenomeno dei kamikaze per trattare tematiche legate allo scontro di civiltà, alle tensioni sociali e agli stereotipi legati alle migrazioni. Al festival di Ubud, “La Città Sotto” è stata rappresentata in lettura teatrale nella sua versione inglese da un gruppo di attori australiani e indonesiani.

Sorriso contagioso e perfettamente ambientato al clima balinese, Marco ci ha raccontato un pò della sua storia, del suo ruolo di drammaturgo e della sua esperienza indonesiana.


Cosa ci fai qui? Un italiano ad un festival in Indonesia dove la maggior parte degli autori provengono da Asia e Oceania…

-Sono molto onorato di essere qui in quanto drammaturgo; anche questa è una cosa interessante; non solo sono uno dei pochi europei, ma sono anche uno dei pochi drammaturghi qui. Comunque questo è un festival di letteratura internazionale e che quindi tende a voler far incontrare diversi tipi di scrittori, di scritture e di provenienze letterarie e culturali, e trovo che da parte loro l’avermi invitato sia stato molto rischioso, ma anche molto stimolante.

Come è nata “La Città Sotto”?
-Nel corso degli anni la mia scrittura si è evoluta ed è sempre più stata coinvolta in temi di denuncia sociale. Negli ultimi anni sentivo che il problema del terrorismo, delle disuguaglianze sociali, del nuovo avvento del fascismo era un problema reale che non mi trovava indifferente come essere umano, come cittadino e come drammaturgo. In generale ho cominciato ad usare la mia voce e il mio lavoro per entrare dentro certi temi e per mettere il pubblico di fronte alla realtà. Qualunque sia il mio pubblico. “La Città Sotto” nasce da un’esigenza personale, che poi diventa professionale, di cercare di capire. Capire i diretti interessati da un certo tipo di conflitto, le persone piene di pregiudizi, come potrei essere anche io.

Per certi versi “La Città Sotto” ha molti riferimenti alle tensioni sociali esistenti in Europa attualmente. Come reagisce un pubblico non-europeo a questo testo?

-Cerco sempre di rendere i miei testi il più universali possibile, sia nella scelta dei temi ma anche nel modo in cui li affronto drammaturgicamente. La cosa buffa, che però mi gratifica molto di questo testo in particolare, è che dovunque è stato letto o rappresentato, da chiunque, è stato localizzato in diversi punti. C’è chi ha pensato che fosse ambientato in Colombia, chi ha pensato che fosse una visione apocalittica dell’Italia, o dell’Europa, chi ha pensato che fosse ambientato in Israele. L’altro giorno, parlando con gli attori che hanno fatto la lettura ieri, che sono australiani, mi dicevano che anche in Australia esistono problemi simili. Quindi quel tipo di conflitto è un conflitto che, purtoppo, non è soltanto universale ma anche infinito ed eterno.

Sei italiano, scrivi in italiano, ma hai avuto più successo all’estero…

-Non ho mai pensato di lavorare all estero, le cose sono capitate da sé. Da attore ho viaggiato abbastanza, però non ho mai pensato di espatriare. La difficoltà è nata piano piano. Più la mia voce di scrittore è diventata attenta a certe tematiche e più ho trovato difficoltà a trovare una mia posizione a livello professionale nel paese. All’estero è più facile, c’è molta più curiosità che in Italia rispetto al mio lavoro. “La Città Sotto” è nata come testo teatrale, l’ho scritto in sei mesi dopo anni di appunti, di studio e di incontri ed è stato rappresentato per la prima volta a febbraio a New York in inglese. E’ stato rappresentato qui come lettura teatrale e poi verrà rappresentato in Francia in francese. Recentemente hanno richiesto i diritti in Danimarca. In Italia non c’è neanche una produzione che si prende il coraggio di rappresentarlo. Ho scritto questo testo anche perché l’ho sentito in quanto italiano e credo che in Italia bisognerebbe dire e ascoltare un certo tipo di materiale. Ma, ancora una volta, mi viene dimostrato che è un testo universale e che è meglio che io lavori all’estero!

Qual è il tuo rapporto con il pubblico?

-Il mio lavoro è personale, ma quando scrivo, scrivo per loro. Quando chiudo un testo mi chiedo sempre se parla a me come può parlare a tutti gli altri. Per me scrivere è un’esperienza quasi catartica, ma non lo deve essere solo per me, se no sarebbe ridicolo e patetico. Devo ammettere che la mia immaginazione non era mai andata oltre; non mi sarei mai aspettato che sarebbe successo qualcosa come ieri sera: io, il mio testo, ascoltato da un’italiana, tu, a Bali, e poi persone dall’Indonesia, dalla Malesia, dal Sudafrica, dall’Inghilterra, dalla Turchia, dall’Australia…

Come nascono i tuoi personaggi?
-Cerco sempre di scrivere dei personaggi e di farli veramente passare dentro di me a livello emotivo e corporale. I miei personaggi partono da dentro, da un’esigenza mia interiore. Ognuno dei personaggi, nel bene e nel male, ha una mia esperienza dentro. Quella è anche la mia salvezza quando scrivo. Altrimenti potrei non chiudere mai un testo, potrei andare avanti all’infinito. E’ quello che dà anche un aspetto più personale al lavoro e quindi anche più universale. Poi, vedendole in scena, mi permette di capire certe dinamiche che non capisco.

Qual è la differenza tra recitare e scrivere?
-Io non mi considero quasi più un attore. Non solo perché non lo faccio quasi più, ma non lo faccio quasi più perché non mi interessa. Ho cominciato a scrivere perché fare l’attore non mi bastava. Sentivo che, in quello che mi veniva proposto e che facevo, non riuscivo ad esprimermi fino in fondo. C’era sempre una parte di me che rimaneva inespressa. Forse anche perché non ero neanche un attore di talento! Stavo facendo una cosa in teatro, avevo 20 anni, ed era una cosa terribile. Il teatro era sempre pieno e io tutte le sere tornavo a casa e stavo male, era proprio fisico. Una notte ho deciso di cominciare a scrivere. Mi sono detto: “Se questo schifo va in scena, forse anche io, che probabilmente scrivo da schifo, posso provare a fare andare in scena qualcosa, però per lo meno sono sicuro che mi appartiene un po’ di più”. Ho cominciato a scrivere e non mi sono più fermato.

Al festival di Ubud hai tenuto un workshop di scrittura, come è stato insegnare?

-E’ andata bene. Era a prima volta che tenevo un workshop e io non ho mai frequentato una scuola di scrittura o di drammaturgia. Ho cominciato a fare l’attore a 15 anni e quando ho cominciato a scrivere per il teatro sapevo bene o male quali erano le regole. Ero abituato a leggere per il teatro, stavo su un palcoscenico da tanto, per cui sapevo cosa doveva esserci su un testo scritto. Quello che tenevo passasse nel workshop è di come non sia così difficile scrivere di qualcosa che immediatamente non ti appartiene, ma che poi diventa tuo facendolo passare dentro di te. Credo che un testo debba essere personale ma allo stesso tempo parlare a tanta gente.

Qual è il tuo ruolo come autore?
-Il mio mestiere, come quello di tutti gli scrittori che sono qui, il nostro diritto e anche il nostro dovere è quello di guardare, leggere la realtà e raccontarla. Senza pretendere di essere universali, ma proprio nella non-pretesa si nasconde l’universalità. Qualunque tipo d’opera d’arte nasce da una ferita personale, ferita anche come momento di gioia. Più è personale più diventa universale. Sembra una contraddizione ma non è così. Alla fine i temi sono sempre quelli. Quello che li rende umani ed universali è proprio la personalità del lavoro stesso. Credo che il nostro compito sia di vederla coi propri occhi e di raccontarla a proprio modo.

Qual è stata la tua prima impressione di Bali?

-In realtà non ho visto molto, anche se più di quello che mi aspettassi. Nella mia totale ignoranza non sapevo niente, però non mi aspettavo questi paesaggi meravigliosi, le risaie, le palme…non si può spiegare… C’è un’anima silenziosa, nascosta, che non si cattura. Quest’atmosfera mi è stata anche molto suggerita dalle persone. Nel modo in cui la gente ti sorride, nell’apertura di cuore… mi è sembrato che i balinesi fossero molto in pace con sé stessi. Mi sono anche fatto un vero amico, il mio autista! Gedur. Lo adoro! Me lo porterei via con me, non è mai uscito da Ubud e ha 50 anni. Straordinario, il mio migliore amico di Bali. Gedur!

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

- Adoro cantare ma non ho mai studiato canto. Canto sotto la doccia, in macchina…mi piacerebbe cantare davanti a un sacco di gente. Dev’essere un’espressione gigantesca, uno scambio senza paragoni, immediato.. E’ un sogno, in un cassettone, a cinquanta ante, con mille chiavi, nel buio!

Il prossimo lavoro di Marco debutta il 5 e 6 dicembre a Berlino in anteprima mondiale, in italiano. Sedici attori tra inglesi, spagnoli, tedeschi e italiani interpretano una riscrittura del mito di Penelope in Cecenia durante la guerra tra Russia e Cecenia.

Ecco alcuni tra i libri interessanti presentati al festival di Ubud. Per ora solo disponibili in inglese, ma chissà che qualche casa editrice non si prenda la briga e la voglia di farli tradurre in italiano…


-INDONESIA RISING di Nasir Tamara

Scritto dal giornalista\esperto di politica indonesiana Nasir Tamara e pubblicato da Select Publishing, il libro vuole essere un tributo all’incredibile maturazione democratica vissuta dall’Indonesia dall’inizio del periodo di “Reformasi” a oggi. Una documentazione del processo di democratizzazione in Indonesia attraverso gli sviluppi e i cambiamenti sociali, economici e politici.

-NOT A MUSE a cura di Kate Rogers e Viki Holmes

“Not a Muse” è una raccolta di poesie scritte da e per le donne di oggi. Comprende più di cento poesie scritte da autrici provenienti da più di venti paesi. Una collezione di poesie che testimoniano l’esistenza di tratti in comune tra le donne di tutto il mondo e attraverso tutte le culture.

-BODY 2 BODY
Curato dal regista e attivista malese Amir Muhammad, il libro è un’antologia di racconti su tematiche LGBT scritti in inglese da autori malesi. Mai recensito da giornali o riviste malesi, dove, essendo l’omosessualità reato, l’argomento è taboo, questa collezione sta riscuotendo successo all’estero e rappresenta un documento importante. La raccolta è nata in seguito a un concorso online. Si progetta un nuovo concorso in cui i racconti saranno scritti in malese.

-SLEEPING AROUND-A COUCHSURFING TOUR OF THE GLOBE di BrianThacker

Inglese australiano di adozione, Brian Thacker ha viaggiato in quasi 80 paesi usando i siti di scambio case “couchsurfing” e “hospitalityclub”. Un libro divertente sugli sterotipi, la curiosità, i viaggi e gli incontri casuali che possono cambiarti la vita.

Articolo pubblicato su Buongiorno Bali di Dicembre 2009

Wanita

November 29, 2009

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Alla Madrasah di Gili Air, Lombok, è la festa di fine anno scolastico. Gli studenti delle classi miste della scuola che accoglie i ragazzini dagli undici ai tredici anni presentano davanti alle famiglie una serie di scenette e performances, intercalate da letture del Corano e discorsi istituzionali del direttore della scuola e dell’Imam del villaggio. L’ambiente è di festa, ogni ospite ha ricevuto all’entrata un pacchettino contentente dolciumi a base di riso e banane da sgranocchiare durante lo spettacolo e il cortile, dove è stato montato il palco e sono state sistemate le sedie per la platea, è tappezzato di addobbi di ogni tipo, dalle ghirlande di fiori alle foglie di palma.
Lentamente, arriva il pubblico: gruppetti vociferanti di famiglie allargate prendono posto per assistere alla cerimonia. L’atmosfera sembra confusa ma, man mano che la gente si sistema, dietro l’apparente disordine si nota un ordine ben preciso nella disposizione della platea che, di fatto, è nettamente separata in due.
Nonostante le classi siano miste e i ruoli di spicco nel corso dell’evento di fine anno siano distribuiti in modo abbastanza equilibrato, gli spettatori sono divisi tra uomini e donne. Gli uomini occupano la parte destra; molti con cappello tradizionale e sarong alla vita, fumano una sigaretta dopo l’altra. Le donne sono a sinistra; chiaccherano, sgranocchiano noccioline e osservano la scena, qualcuna ha il capo coperto, soprattutto le più anziane. I bambini fanno la spola tra un lato e l’altro dello spazio davanti al palco, per lo più corrono intorno e giocano tra loro.
La platea è nettamente separata ma per lo meno c’è rappresentanza di entrambi i sessi. Alle serate organizzate nei baretti sulla spiaggia o nei locali notturni delle isole limitrofe più grandi, a parte qualche turista, il pubblico è totalmente maschile. Decine e decine di uomini tra casse, consolle e bar. Qualche donna occidentale attizza l’orda di maschi ubriachi ed eccitati; l’isola trema per le vibrazioni sonore e le donne del posto sono praticamente tutte a casa. Le poche ragazze presenti sono accompagnate e tenute sotto stretto controllo dai vari mariti, padri e fratelli, non tanto per timore le ragazze possano comportarsi male, ovviamente, ma più che altro perché non vengano molestate dalla folla di uomini senza briglia.

Anche in Indonesia si ritrova il conflitto di emancipazione vissuto dal genere femminile e, ovviamente, la percezione dell’emancipazione femminile è diversa a seconda del gruppo sessuale a cui si appartiene. Nasir Tamara, giornalista indonesiano e autore di Indonesia rising, un libro sul processo di democratizzazione in Indonesia pubblicato nella metà del 2009, sostiene che le donne sono ormai parte integrante del processo decisionale sociale e politico del paese. “Oggi, Il 30% dei deputati in Parlamento sono donne e anche alcuni ministeri importanti, come quello dell’economia, sono presieduti da donne. Non dobbiamo dimenticare poi che il nostro ex-presidente è una donna ! Le deputate indonesiane si stanno dimostrando molto attive nella promozione di legislazione a favore delle donne e si sono fatti passi da gigante nel campo dei diritti per l’uguaglianza di genere.”
L’ottimismo di Melanie Budianto, femminista e attivista per i diritti umani, è invece più velato. “Dalla caduta di Soeharto nel 1998 si sono registrati molti progressi, soprattutto nella possibilità di espressione. La breccia è stata fatta una decina di anni fa da una giovane scrittrice che, per la prima volta, ha raccontato il corpo femminile non in modo astratto o romantico, come era sempre stato fatto, ma dal punto di vista fisico, rompendo un enorme taboo. Molti scrittori si sono sentiti coinvolti e hanno cominciato a scrivere in modo più diretto riguardo alle questioni di genere.” Tuttavia, Melanie si dichiara preoccupata perché ultimamente c’è una nuova ondata di conservatorismo, cavalcata da alcuni gruppi religiosi estremisti che sostengono questi scrittori siano influenzati dai valori decadenti dell’occidente e che promuovano valori moralmente inaccettabili. “Esistono fattori pericolosi, come l’introduzione della Shar’ia in alcune zone del paese. Anche l’approvazione della legge contro la pornografia rischia di essere usata per limitare la libertà di espressione. Dobbiamo rimanere all’erta.”
Per la comunità LGBT indonesiana, nonostante stia ancora lottando per abbattere un’omertà dilagata, il processo di democratizzazione degli ultimi dieci anni ha avuto molti effetti positivi sulle loro rivendicazioni tanto che, come sostiene Dédé Oetomo, il coordinatore nazionale della rete gay Gaya Nusantara e uno dei membri del Consiglio dei rappresentanti delle organizzazioni per la lotta all’Aids nella zona Asia-Pacifico, oggi si può parlare di tematiche Lgbt e organizzare degli eventi senza dover guardarsi alle spalle. Inoltre, “Nelle associazioni per la promozione dei diritti umani, così come nella comunità LGBT si è finalmente riconosciuto che i diritti degli omosessuali sono diritti umani. La realtà poi è diversa, ma ci sono stati dei casi di aggressioni subite da omosessuali o transgender che sono stati affrontati come violazioni dei diritti umani. Ci stiamo arrivando e, a mio avviso, anche abbastanza rapidamente, se consideriamo che in Indonesia si può parlare di diritti umani apertamente solo da dieci anni. Diciamo che sia politicamente che socialmente si stanno facendo dei passi avanti. Lenti ma ci sono.”

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In realtà, la situazione delle donne e della comunità Lgbt è tanto varia quanto è varia la stessa Indonesia in quanto a religioni ed etnie. In Indonesia vivono più di 230 millioni di persone e si parlano più di 700 lingue; esistono realtà come Bali, dove proliferano i locali notturni, i lady boy sono piuttosto accettati e le donne partecipano attivamente alla vita economica dell’isola e regioni come Banda Aceh, dove una recente proposta di legge prevede la pena di fustigazione per gli omosessuali (si rischiano fino a cento frustate e a otto anni di carcere) e la pena di morte per lapidazione per gli adulteri. Nell’isola di Sumatra esiste persino una comunità matriarcale, i Minangkabau, nella quale le donne controllano la sfera economica e sociale e dove sono gli uomini a trasferirsi nella casa della famiglia dopo il matrimonio e non il contrario.

Bali e le zone rurali dove è radicato l’Islam modernista rappresentano i due estremi, ma nessuna delle due realtà ritrae il cambiamento in corso nella società in generale. Probabilmente i cambiamenti più visibili si notano nelle zone urbane di media grandezza, società esposte alla crescita rapida del paese e agli stimoli internazionali ma ancora molto radicate nella cultura tradizionale, dove malgrado la crescente apertura riguardo alle possibilità di istruzione e di carriera delle donne, la vita delle ragazze continua ad essere strettamente regolate da regole e paure maschili.

La forza dell’Indonesia risiede probabilmente nella sua dinamica diversità e, come sostiene Melanie, la chiave perché il processo di emancipazione delle donne non si arresti è rappresentata dalla capacità di dialogo. Tolleranza significa confrontarsi con la diversità culturale e ascoltare chi la pensa diversamente da noi. “Essendo femminista, ci sono delle cose, come la poligamia, che non posso condividere. Tuttavia, sono consapevole che nelle società dove la donna non ha il permesso di lavorare, la poligamia può essere l’unico modo per sopravvivere per non arrivare alla prostituzione. È quindi necessario un lavoro di dialogo e ascolto in tutte le direzioni per impedire di arrivare a quel punto. Bisogna dare alla donna gli strumenti per avere voce nella società e non semplicemente criticare la poligamia senza conoscere le ragioni sociali dietro tale pratica. ”

David Kuper aka Pak Sampah

November 24, 2009

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After a life spent working for the Swiss chemical industry, David Kuper never thought he would end up being the project leader of one of the most innovative environmental projects currently carried out in Indonesia, the Temesi Waste Management programme in the Gianyar Regency, Bali.
Calm and displaying a soothing temperament, David shows motivation and committment in a serene manner. He tells the story of this adventure that brought him to the other side of the world and even gained him a new nickname: Pak Sampah, literally meaning Mr. Waste.
At 54, having enough resources to retire, David was ready to give a new direction to his life. Therefore, when he was offered to take the lead of a pilot compost-making programme in Ubud area, he immediately saw potential in the project and decided to accept the challenge, though, as he now admits with a smile, “Had I known all the hassles and problems I would have faced, I would have never started!” Nonetheless, the project ended up being very successful. It received a recognition by the President of Indonesia in 2004 and by the United Nations Environment Program in 2008. Today it receives funds from the Kyoto Protocol and it may be considered a model to be replicated elsewhere in Indonesia and in other countries.

David Kuper aka Pak Sampah is the head of a project that contributes to cut greenhouse emissions, supports local labour and resources and raises environmental awareness through education. Nonetheless, as he likes to highlight, “My role is one of project initiator, funding raiser. Lately I’m mostly only mentor, because only handing over all initiatives and responsibilities to the project staff assures sustainability. This works because the facility staff, from Managers to workers do a exceptional job in a productive work environment.”
In fact, the whole program would not be possible without the commitment and involvement of people like Diana Scheib, the Sales and Science Manager, Ni Nyoman Ari Astiti, who does research and analytical work, I Wayan Chakra, the Facility Manager or I Ketut Purna Diwa, the Composting Master. Without forgetting the workers who deal with shredding, turning, sieving and packaging the compost.
Today 90% of the waste produced in the Regency is processed in the facility located in Temesi and the compost produced is sold to the private market. What is more, an Environmental Educational Park was created within the waste management facility by restoring the old landfill. As David says proudly, the key of this project’s success is the combination of solving practical problems such as compost making and waste management with the need to raise awareness about environmental issues.

However, the project was not implemented overnight. It started in 2002 amid endless problems and not only until 2004 was it possible to implement the first stage of the program. First and foremost, there was the exigence to find a piece of land where to start the pilot plant. “We had a lot of problems in finding the land because nobody wanted a waste management facility next to their place. People claimed it would attract rats, smell and produce toxic emissions. Then the Regency of Gianyar heard about the program and offered us some land.” However, resources were not enough for collection and not even for the public campaign. “We only had the money to make a basic waste recycling facility. That’s what we started in 2004.”
Little by little, the project got bigger and obtained greater support by the local community. This further increased when the Educational Park was created. ”As soon as it will seem a good business ensuring fast money turnaround there will be more investments and it will be possible to replicate the project. As for now, the risk of investment is still too high for the government or private companies, but this will change.” Pak Sampah’s predictions are likely to turn out to be right. In fact, stricter regulations on waste management introduced by regional governments in Indonesia are to be implemented in the upcoming years and projects like the one in Temesi will be increasingly supported.

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Transparency is another key aspect of the of the project’s sustainability. “We get money from the Kyoto protocol for making the compost so we need to record everything very carefully and be very precise.” David explains. “We officially started one year ago but we haven’t got one dollar yet because at first they have to see that you don’t cheat, that you are honest that you follow all the requirements, which is pretty tough.” The innovative character of this project goes even further; in fact, its composting production process makes the project eligible as a CDM (Clean Development Mechanism) and this is why it is funded by the Kyoto Protocol. The Gianyar Waste Management facility is also taking part in the carbon trading scheme as it is working with Kuoni, a Swiss Tour Operator. Gianyar sells carbon credits to Kuoni who gives the possibility to customers who reduce footprints when travelling by plane.

“This experience has taught me a lot.” David maintains. “Not only about environmental issues, but also about working in a different cultural setting. However, there are universal principles that must be applied in any working environment, regardless of the kind of project or of the place where it is implemented. For a project to be successful, all people involved must be committed, be directly involved and feel a sense of ownership towards the project. Otherwise, as soon as there is a shortage of the initial external resources, the project simply collapses.” In this sense, Pak Sampah considers himself very lucky, as he is surrounded by very motivated people who are actively working to make this project progress. “I built a team that became independent and has a lot of power for innovation and (organizational) regeneration if somebody leaves. The organizational chart is a flexible one: We don’t press people into boxes, but put boxes around people’s capabilities.

The Temesi-Gianyar Waste Facility project has gone a long way, but there is always room for improvement. “After seven years working on this project, I am quite satisfied with what we have achieved.” David concludes. “Maybe now it would be interesting to channel more energy in the Environmental Park. We need ideas to develop the educational part of this project, maybe through volunteering creating activities for the visiting schools. At first we needed technical experts in the research part, now we need enthusiasm to keep the project alive and attractive.”

This article was published on the Jakarta Post on Tuesday November 24th 2009